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Lettre du 20 novembre 1557 (de Parme): "Io mi ritengo di V. S. cinque medaglie, una d'argento, ch’è l’Augusto con un tempio colonnato; per rovescio, con una statuetta dentro. Le lettere che sono nel cornicione dicono: DIVO IVLIO, e la stella che è nel timpano, è la Cometa. Intorno non si leggono altre lettere che queste: … TER. DESIG. nel dritto dice: IMP. CAESAR. DIVI. F. III VIR. R. P. C. L'altre quattro sono di rame, piccole; l'una è di Romolo Imperatore con queste lettere: DIVO. ROMVLO. NVDIS. CONS. che credo voglia dir: LVDIS. CONVLARIBVS. per rovescio ha un tempio tondo, con queste lettere: AETERNAE. MEMORIAE. La seconda è di Magnenzio, che nel dritto ha queste lettere: IMP. CAES. MAGNENTIVS. AVG. per rovescio, uno Imperatore armato, che calpestra un prigione; e intorno: VICTORIA. AVG. LIB. ROMANOR. V. Sig. dice che io le rimandi la Roma Galeata con Magnenzio. in questa non è Roma Galeata. Ma, se intende pur questa, la rimanderò, ancora che la riterrei volentieri per la continuazione di questi Imperatori bassi, per mal garbata che sia. Ce ne sono due altre, che le tengo solo per poterle leggere; il che non mi è venuto fatto sin' a ora. Tutte l'altre che portai di vostro, ve le rimando. E di mio vi mando un Postumio d'argento, al qual manca solo una lettera, la quale ho riscontrata con un altra che n' ha il Tagliaferro, che dice: C. POSTVMI. I. A. che è di più, e nella vostra non c'è: e nel rovescio vedete che la testa è di Diana senza dubbio. Vi mando ancora il medaglino d'Atalarico, il dritto del quale è un Giustiniano; e, se ben nella mia le lettere non si leggono troppo bene; per vostra chiarezza, n'ho vista un'altra pur del Tagliaferro, che dice : D. N. IVSTINIANVS; cioè Dominus Noster. Il fano io non l'avea. il medesimo Tagliaferro ve lo manda, e vi si raccomanda. L'altre due Greche, che saranno con le vostre, io l'avea doppie, e però ve le mando, e ve ne manderò dell'altre alla giornata. L'Ercole Romano, nè l'Antioco, io non truovo d'averle. Ma io n'aspetto una quantità; se vi fara, ve la manderò. il sig. Facchinetto dice d'aver i duo vostri libretti, e che ve li manderà. Altro non m'occorre, se non raccomandarmi a V. S. alla qual bacio le mani. Di Parma, alli 20. di Novembre, 1557" (Caro 1735, lettre n° 65, p. 94-96; Castellani 1907, p. 323-324).  
Lettre du 8 mars 1558 (de Parme): "Alla lettera di V. S. de' 17. del passato non mi accade di dir altro, se non lodarla dell'onorata fatica che ha presa per interpretar le medaglie: e presupponendo che ‘l suo modo sia buono, poichè procede con l'autorità, non le dirò altro; rimettendomi a considerarle meglio quando saran fuori, o, per dir meglio, ad approbarle; che non penso che mi ci accaggia a far altro. Quanto a me, V. S. non ha da dubitar ch'io mi vaglia dell'interpretazioni che mi mostrò l'anno passato; perch'io non sono in questa data di scrivere sopra di ciò: e, se ci scrivessi, non mancherei di quanto mi si conviene per suo, e mio onore; avvertendola che 'l mio quaternetto ch'avete veduto sopra di ciò, non è altro, ch'un poco di ripertorio, e d'annotazioni sopra le mie medaglie particolari, il quale non ha a servir per altro, che per uso mio, e per riscontro di quelle che mi vengono alle mani di giorno in giorno. Sicchè V.S. attenda pure a farsi onore da sè, e non pigli fatica di far menzione di me in questo genere; perchè non mi curo d'esser tenuto di questa professione, non ci attendendo per altro, che per mio passatempo. Sopra la medaglia che V. S. dice di M. FABI. non ho che dirle cosa alcuna, perchè io non l'ho. Ma questo carattere * è vulgatissimo per infinite medaglie che l'hanno, e non è altro, che 'l segno del danario che si faceva in modo così X. ch'è la nota del diece; dipoi si tagliava nel medesimo modo che l'altre lettere numerali, e si faceva *, siccome D. V. per mostrar che fossero note di numeri si tagliavano in questo modo * D. V. Quel ... TOR. io penso che voglia dir IMPERATOR, come si vede in molte altre: e non mi ricordando d'aver visto, nè letto che in niuna medaglia fosse mai nè CVNCTATOR, nè DICTATOR, se la nota che v'è dinanzi, vi par piuttosto un N. che un M. è anco più ragionevole, perchè nella Casa Fabia è molto più frequente il prenome di Numerio, che si segnava con l’N. che di Marco, che si segna con l’M. anzi che questo prenome di Numerio è peculiare di questa Casata, e dinanzi a questa non fu in famiglia alcuna patrizia. questo l'ho detto per modo d'avvertimento. V. S. se ne vaglia a cercar il resto; e me l'offero, e raccomando sempre. V. S. averà inteso poi che non accade ch'io lo raccomandi al Sig. Jeronimo Tagliaferro, perchè il povero gentiluomo ci ha lasciati; il che le dico con grandissimo dolore. e con questo fo fine. Di Parma, alli 8. di Marzo, 1558" (Caro 1735, lettre 66, p. 96-97; Castellani 1907, p. 314-315).  
Lettre du 5 octobre 1560 (de Viterbe): "Imperò, cercando la sua vera figura, secondo ch'ella m’impose, per quel che n’ho trovato scritto, per quello che n’ho cavato da M. Pirro Ligorio, famoso antiquario in Roma, e per una medaglia d’argento donatami dal medesimo, e fatta (secondo si crede) da’ Napolitani in onor d’Augusto, ho visto alla fine come la finsero, e come la figurarono, non senza mio sommo piacere. parendomi che V.S. si possa contentare del corpo dell’impresa, poichè la figura è diversa, come ella volea, da questa triviale. Cosa nuova, e vaga alla vista, e, quel ch’importa, quella stessa che gli Antichi intendevano per Sirena. Io le scriverei più lungamente e sopra la favola, e sopra la forma, se mi trovassi, come ho detto, i luoghi degli autori in pronto: ma, non gli avendo, basta che le dica che le Sirene erano, o si voleva che fossero, marittime, o litorali, piuttosto che marine. E, riscontrando la descrizion d’essa col rovescio di detta medaglia, la sua figura dal mezzo in su, al volto, al corpo, ed alle braccia ignude, è pur d’una vergine: e dal mezzo ingiù, alle piume, ai piedi, ed a tutta la fattezza, è d’una gallina; salvo che l’ali sono in su gli omeri della vergine: e con assai bella grazia porta in ciascuna mano una tibia, o un flauto che vogliamo dire: con una attitudine, che, quando sia ben ritratta, credo che farà quella bella apparenza che si ricerca nell'impresa. Però desiderava farla ritrar dalla medaglia, da qualcuno che disegnasse bene. perchè la prima si piglia per esempio di tutte l’altre; ma, non potendo farlo per difetto di disegnatore, con questo poco di schizzo che ne le mando, ho voluto mostrarle a un dipresso come la facevano. E quanto al motto, avrei voluto che fosse di qualche autor celebrato, o Greco, o Latino, o Volgar, che fosse; che ancora questo importa che venga di buon luogo. Nè anco in questa parte potendo far diligenza senza leggere, le dirò semplicemente l’oppenion mia dell'anima che mi pare che dovesse avere. E, se bene ho inteso il suo concetto, credo che s’esplicasse comodamente con parole simili: ECQVIS HINC CAVEAT? che vuol dire: CHI SE NE GUARDEREBBE? non si dovendo temere male alcuno da una cosa tale, che tutta insieme non rappresenta, e non promette altro che umanità, innocenza, e dolcezza. Che mi parrebbe a bastanza per giustificar se, e mostrar la natura di quel suo accidente" (Caro 1725b, lettre n° 145, p. 222-224; Castellani 1907, p. 318-319).  
Lettre du 18 mai 1557 (de Parma): "[...] Circa le medaglie non resto di seguitare, ed ogni dì l'erario multiplica. Aspetto con desiderio quelle che m'avete procurate. E senza aspettare la partita di messer Alessandro vi prego a consegnarle in mano del signor Giovanni Pacini insieme con la dechiarazione de gli rovesci, facendo un piego d'ogni cosa, e mettendovi dentro le medaglie, che tutto verrà sicuramente. Del Gallicola (sic), se non si truova pazienza, non mi parendo onesto ricercarne al signor Tomaso, per non rompere i suoi conserti. Quanto a dire che bisognerebbe trovargli una ricompensa, vorrei saper volentieri d'aver qualche cosa che gli piacesse, che glie ne mandarei subito, senza aspettar altro da lui, e mi sarà caro che mi mandiate una nota di quel che gli manca, perché se sarà appresso di me, o d'amici miei, sarà compiaciuto. E vi prego a baciargli le mani da mia parte. [...]" (Caro 1959 vol. 2, p. 243-244).  +
Lettre du 15 septembre 1562 (de Rome): "A M. Fulvio Orsino, a…..Troppe cose mi domandate in una volta, e con troppa fretta, volendo esser servito così subito, come già per due vostre m’avete sollecitato in un giorno medesimo. Pure, dicendomi che v’importa la celerità, mi son messo tutta questa notte a razzolar le mie medaglie; non l’avendo ancora a ordine, per modo che le possa trovare in un tratto; come spero di poter fare. Ora, rispondendovi capo per capo secondo le vostre interrogazioni: HILARITAS PVBLICA, queste due parole a punto non ho trovato ancora in medaglia alcuna: ma sì bene in tutti i modi sottoscritti: HILARITAS. Questa in Comodo d’argento, è una Dea vestita di lungo, con la destra appoggiata sopra una palma, e nella sinistra tiene un corno di dovizia. In Giulia di Settimio d’argento la medesima, in Didia Clara di bronzo; la medesima. HILARITAS AVGG. in Tetrico d’argento; con la medesima figura di sopra. HILARITAS P. R. in Adriano di Bronzo, e d’argento; pur con la stessa figura, ma con due figurette di più dagli lati. Queste sono mie medaglie. Il Pierio ne cita due; una di Faustina, con lettere sopradette, e con una figura, che nella sinistra tiene un corno di dovizia, e nella destra un tirso vestito tutto di frondi, e di ghirlande: l’altra col corno medesimo da una mano, e con un ramo di palma nell’altra, che gli passa sopra al capo. Con questa dell’Ilarità, si può porre quella che è fatta con questo nome, LAETITIA. In Giulia di Severo; una figura di donna che con la destra sparge la mola salsa sopra l’ara; con la sinistra tiene un timone. SECVRITAS TEMPORVM. nè anco queste due dizioni trovo così accoppiate: ma sì bene come appresso vedrete. e prima semplicemente: SECVRITAS. In Nerone; una donna che siede, e si riposa con un'orecchia sopra la destra, e con una gamba stesa oziosamente. Il Pierio la dichiara, quanto al riposarsi in questo modo, con un luogo di Plinio: Nihil est, quod in dextram aurem, fiducia mea dormias. e la gamba stesa, con un'altro di Luciano: Et, illud quod in votis omnium est, extensis pedibus tandem occubare possis. Questa in Elena di Costantino di bronzo, è solamente una figura di donna che siede. In Lucilla; una nutrice, che siede con tre bambini intorno, de’ quali uno allatta, e due le scherzano a’ piedi. SECVRITAS AVG. in Gallieno d’argento; una figura di donna che sta dritta: con la destra tiene una corda, con la sinistra un’ancora. In Ostiliano; un’altra simile, che con la sinistra s’appoggia a una colonnetta, e con la destra tiene un ramo di palma. SECVRITAS AVGVSTI. in Nerone citato dal Pierio; una figura di donna che siede; innanzi ha un’ara; con la sinistra tiene una bacchetta, con la destra si sostiene il capo. SECVRITAS AVG. in Gallieno d’argento; una figura di donna che con la destra tiene una palla, con la sinistra una lancia, col cubito appoggiato a una colonnetta. SECVRITAS AVGG. in Gordiano; una donna che siede con lo scettro in mano. SECVRITAS PVBLICA. in Antonino di bronzo; una figura di donna togata, e ammantata; appoggiata a un’asta. SECVRITAS REIP. in Giuliano di bronzo; un bue sciolto dal giogo. In Valente; una Vittoria. In Onorio; una figura con la destra appoggiata a un’asta; con una palla nella sinistra. SECVRITAS P. R. in Ottone d’argento; una figura di donna in piedi; nella destra con una tazza, nella sinistra con uno scettro, o lancia. SECVRITAS IMPERII. in Settimio Geta d’argento; una figura, con la destra che tiene una palla, con la sinistra appoggiata al seggio. SECVRITATI PERPETVAE. in Antonino di bronzo; una figura con la destra appoggiata al seggio, con la sinistra a un’asta. In M. Aurelio; una figura che con la sinistra si regge il capo, con la destra tiene una verga. SECVRITAS ORBIS. in M. Giulio Filippo; una donna che siede; con la destra tiene una saetta, con la sinistra in alto appoggiata al seggio. Della Pace (terzo vostro quesito) nelle medaglie si trova così: PAX. In Lucio Vero d’argento; una figura di donna; nella destra ha un ramo d’olivo, nella sinistra un corno di dovizia. In Trajano d’argento; una figura dritta; con la destra abbrucia l’arme con una facella; con la sinistra tiene un corno simile. PAX AVG. in Antonino d’argento; col ramo d’olivo, e col corno, come nel Vero. In Gordiano d’argento; con l’olivo, e con lo scettro. In Vettorino di bronzo; il medesimo. PAX AVGVSTA. in Massimino di bronzo; con l’olivo, e con lo scettro. PAX AVGVSTI. in Vitellio di bronzo; con l’olivo, e col corno. In Tacito di bronzo; nella destra con le spiche, nella sinistra con l’asta. In Gordiano; col ramo, e con lo scettro. PACI AVGVSTAE. in Vespasian d’oro; a sedere, col ramo, e con lo scettro. PAX ORBIS TERRARVM. in Ottone d’argento; nella destra con le spiche, nella sinistra col caduceo. PACI ORB. TERR. AVG. in Vespasian d’argento; il capo solo grande della Dea, con bella acconciatura, mitrato, e turrito. Queste sono le descrizioni che trovo della Pace, quanto alle medaglie. Negli Autori si vede descritta variamente ornata quando di spiche, quando d’oliva: alcuna volta col lauro; alcun’altra con solo caduceo. Ed è stata alle volte figurata che porti in braccio Pluto, Dio delle ricchezze, in forma di putto cieco, con una borsa in mano. vedete il Giraldo. Io non so, se mi domandate queste figure, per descriverle, o per rappresentarle, o per dipingerle. Però vi aggiungo che si deve far bellissima d’aspetto; saper che è compagna di Venere, e delle Grazie; Signora de’ Cori; Regina de le Nozze. Quanto all’altra domanda, della Giustizia; sotto questo nome non la truovo nelle medaglie, salvo una volta, così: IVSTITIA. in Adriano d’argento; una donna a sedere, con la tazza nella destra, con l’asta nella sinistra. Negli Autori poi sapete che si fa figliuola di Giove, e di Temi: di forma, e d’aria di Vergine; d’aspetto veemente, e formidabile, e con occhi fieri: non umile, non atroce; reverenda, e con una certa melanconica dignità: e, che presso gli Egizj si fingeva senza capo; e jeroglificamente era significata con la man sinistra distesa. Da altri è stata fatta, a sedere sopra una lapida quadrata, in una mano con la bilancia pari, dall’altra con una spada occulta sotto l’ascella. nel qual modo la feci fare per la sepoltura di Paolo III. ed appresso con le secure, e con le falci. Ma in luogo di IVSTITIA, nelle medaglie si trova quasi in tutte, AEQVITAS. e AEQVITAS AUG. In Gordiano d’argento; nella destra con la bilancia, nella sinistra col corno di dovizia. In Trajano, in Gallieno, in Nerva, in Treboniano, la medesima. Quanto all'ABVNDANTIA; con questa parola non è manco nelle medaglie; che io sappia. in suo luogo si pone ANNONA. e nelle mie trovo così: ANNONA AVG. In Adriano di bronzo, e d’argento; una misura da frumento con le spiche dentro. In Antonino, in L. Vero; la medesima. In Antonino di bronzo; la Dea Cerere, con le spiche nella destra, stesa sopra una prora di nave; ed una misura frumentaria: nel qual modo sapete che significavano l’Annona marittima. In Antonino; un’altra con la medesima figura, che tiene le spiche, e ’l corno di dovizia; ed a’ piedi una misura, come le sopradette. ANNONA AVG. in Treboniano Gallo; con la destra tiene un timone; con la sinistra le spiche; che ancora in questo modo significavano l'Annona provista di mare. Della Religione; io non trovo; che nè anco sotto questo nome ho medaglia alcuna appresso di me. nè so che sia citata da altri. Ve ne sono bene infinite, con questo: PIETAS. In Druso; il capo solo della Dea, velato, mitrato; e così in altri luoghi. In M. Antonio Triumviro; con la sinistra tiene un corno di dovizia; con la destra come un timone; ed appresso è una picciola cicogna. In T. Elio; una Dea in piedi, con le mani aperte, e supine verso il cielo. In Faustina; con una mano si tiene un lembo della vesta, con l’altra sparge la mola sopra l’altare. In Adriano; con una tiene il lembo nel medesimo modo; l’altra è supina verso il cielo. In Lucilla; ha l’ara innanzi, e la tazza rovesciata sopra l’altare. In Treboniano; con la destra stesa, e col corno nella sinistra. In Treboniano medesimo; con le braccia, e con le mani aperte, guardando il cielo. In Decio giovine; un giovinetto mezzo ignudo; nella destra un non so che, che si discerne; nella sinistra un caduceo. In Plautilla; con la destra tien l’asta; con la sinistra un bambino. PIETAS AVGG. in Valeriano; insegne, ed istrumenti augurali. In Carino; il medesimo. Salonina; una donna a sedere con due bambini innanzi, ai quali stende non so che; e con la sinistra s’appoggia a un’asta. PIETAS AVGVSTAE. in Ottacilla; con una mano supina verso il cielo. PIETAS PVBLICA. in Giulia di Severo; una figura in piedi avanti all’ara, con ambe le braccia aperte, e con le mani supine verso il cielo. Della Munificenzia, non ho medaglia alcuna, se non quella d’Antonino di bronzo; che sta così: MVNIFICENTIA AVG. e per rovescio ha uno Elefante. Ed una simile in Settimio Severo. non so se, perché questo animale sia di natura munifico; o perchè volesse significare la munificenzia di quelli Imperatori, che producessero gli Elefanti negli spettacoli. Vi ho messo distintamente, come ho trovato e nelle medaglie, e negli Scrittori, per supplire al mancamento ch’avete voi costì de’ vostri libri, e delle medaglie. Del resto fate il giudicio da voi, che io non ci voglio far altro. E non mi par d’aver fatto poco, a non dormir questa notte, per non mancare alla fretta che me ne fate. Vi prego a baciar le mani al padrone da mia parte, e raccomandarmi a tutti. Di Roma, alli xv. di Settembre. M. D. LXII" (Caro 1725b, lettre n° 186, p. 295-301; Bernetti 1907, p. 111; Castellani 1907, p. 325-329; Greco 1961, lettre n° 671, p. 123-127; Daly Davis 2012, p. 40-44).  
Lettre du 3 février 1560 (de Rome à Lucca): "(...) ma, venendo accompagnate con un presente di medaglie (umor mio principale) e di tante in una volta, voglio che sappiate che m’hanno dato una contentezza suprema. Ed, oltre che mi sieno state tutte carissime, e preziose, per l’animo con che me l’avete donate, siate certo che, ancora quanto alla qualità d’esse, mi sono in maggiore stima che voi non pensate. Perchè ce ne ho trovate assai buone, ed alcune rarissime. tanto che il mio erario, il quale ebbe quasi il primo tesoro da voi, ora n'è divenuto sì ricco, che comincia a competere con i più famosi degli altri antiquarj: e, se la rimessa che mi promettete di Lione, è tale, spero di superarli. Ora io mi trovo tanto sopraffatto dalla liberalità, e dall'amorevolezza vostra, ch’io non so da qual parte mi cominciare per ringraziarla, non che per riconoscerla" (Caro 1725b, lettre n° 129, p. 199-200; Castellani 1907, p. 318).  +
Lettre du 23 mars 1538 (de Rome, à Florence): "Il Libro non s'è ancor veduto, nè manco il vetturale che lo portò; essendo costì, rinvenitelo voi. L'interpretazione della medaglia, che si desiderava dal Maffeo, è questa: Che gli Egizzj, volendo significare un'uomo d'alti pensieri, e volto alla contemplazione delle cose celesti, facevano un'Elefante col grugno rivolto in suso; e volendo significar la prudenza nelle cose del mondo, figuravano un Serpente: e questo è il significato del dritto, per dinotare lo spirito, e la sagacità di Cesare; e credo che la medaglia fosse coniata quando egli fu Pontefice Massimo: e per questo nel rovescio sono le quattro insegne pontificie, ed augurali, ma sono sì mal ritratte, che appena si possono conoscere. Quella di mezzo è la secure, o 'I malleo, o la secespita, che se la chiamassero, con che ammazzavano le vittime. Quello che pare un pesce polpo, è l'albogalero. Quella che simiglia a una sferza, è l’aspersorio: e quell’altro, a uso di scomberello, è l’haustorio" (Caro 1725a, lettre n° 18, p. 23; Castellani 1907, p. 316-317).  +
Lettre du 3 juillet 1563 (de Rome): "Ho ricevute le vostre medaglie, o, per dir meglio, quelle ch'avete pensato che siano medaglie; che non sono veramente degne di questo nome. Or non vi par questo un bel modo d’entrare a ringraziarvene ? E’ bello, e buono tra veri amici. E pur ve ne ringrazio, e ve ne tengo maggior obbligo che se m’aveste mandate le più belle, e le più rare che si possino avere: e non solamente medaglie, ma cammei, e gioje, e qualunque altra più preziosa cosa si vegga dell’antico; considerato (come dite) l'amorevolezza con che me le mandate, e la prontezza di provedermene: e, per Dio, anco il giudicio in questa parte, di mandarmele tutte qualunque si sieno. Perchè questo è il più sicuro modo da poterne scer le migliori, o le men ree. Ed io vi mostrerei di tenermene soddisfatto del tutto, come me ne soddisfo in questa parte dell’animo vostro; se non che, io non voglio frodarvi in quel che siete così liberamente, e sinceramente con me; e della dimanda che in ciò mi fate del mio parere. Vi dirò dunque che mi sano state carissime, e preziose, quanto merita d'essere stimata l’intenzione, la diligenza, e la liberalità con che me l’avete proviste, ed inviate; e la promessa che mi fate di provedermi, e d’inviarmi dell’altre: ma che per loro stesse non sono da stimarle. Nondimeno il Signor Giannotto Bosio, e ’l gentiluomo che l’ha portate, hanno veduto con quanta allegrezza l’ho ricevute: e quanta festa ho fatto loro intorno, per venirmi da voi. Questo sia detto liberamente per vostra instruzione" (Caro 1725b, lettre n° 206, p. 350-351; Castellani 1907, p. 319-320).  +
Lettre du 19 juin 1565 (de Rome): "La lettera di V. S. col presente delle medaglie mi trovò malato, siccome sono ancora, se ben migliorato di molto" ; "Quanto alle medaglie; dopo quelli ringraziamenti ch'io ve ne debbo; mi rallegro con voi del profitto ch'avete cominciato a fare in questa professione; nella quale v'è piaciuto volermi per maestro; perchè sono state la maggior parte buone nel genere loro; ma di quelle d'argento ce ne sono state fino a tre che mi sono sommamente care: perchè io non l'avea, e non so chi altri se l'abbia. che questa è una delle qualità che fa le medaglie preziose. L’altre tutte sono buonissime, e necessarie a chi non l’hanno; ed a me sono carissime, perchè so con che animo l’avete mandate. Ma, perchè l’ho tutte, si tengono per voi con molt’altre ch’io ho: perchè a me basta di accrescere il mio conserto di quelle che mi mancano. Del resto io desidero, e voglio che diventiate antiquario, e medaglista ancor voi. E per voi tesaurizzo, con animo di farvi in poco tempo, per un principiante, assai ricco; avendone di molte che a me sono d’avanzo. e non intendendo che me ne sappiate grado alcuno; perchè una che ne tragga da voi che non abbia io; che n’ho pur molte; mi paga con la sua rarezza quante ne possiate aver da me: e non me ne fate nè danno, nè incomodo alcuno; perchè in ogni modo quelle che m’avanzano, soglio donare ad altri; ed ora si serbano per voi. Sicchè, quando potrete attendere, seguite l'imprese; che farete peculio ancora per voi, e delle vostre, e delle mie che ho di soverchio. che così va tra galantuomini questa pratica di medaglie; che chi n’ha poche, ne riceve assai; e l'uno accomoda l'altro: e così chi comincia, vien presto a notabil somma" (Caro 1725b, lettre n° 244, p. 417-420; Castellani 1907, p. 320-321).  +
Lettre du 25 octobre 1551 (de Rome): "A messer SILVIO ANTONIANO, a Ferrara. Se non vi ho risposto prima, abbiate pazienza, come io l’ho d’un catarro, che n’è stato cagione; e m’ha concio questi giorni come Dio vel dica. Io ricevei prima la vostra de’ xij. di questo, e leggendola mi fu presentata la seconda de’ v. Nè finita di legger questa, comparse il libro del Sig. Pigna con la sua di tanti mesi innanzi, appunto in su quel che la vostra mi faceva menzione del suo libro, e di lui. Vi dico questo caso; sì perchè mi pare uno scherzo della fortuna, come perchè possiate dire a S.S. quanto tempo è stata la sua per viaggio. Ora mi rallegro prima dell’arrivo a salvamento di vostra madre; la quale saluterete da mia parte. Io le diedi a portarvi alcune medaglie: e non so perchè non mi diciate il ricevuto. Sarà pur vero che ne tegnate quel conto ch’io vi dissi. Mi piacerebbe se venisse dal grand’animo ch’avete: ma gli magnanimi ancora sogliono stimare le cose piccole, massimamente quando alcuna circostanza o del dono, o del donatore le ringrandisce. Ed in questo proposito vi voglio ricordare un’altra volta, che, se ben di qua se ne trovano per le vigne; non ce ne sono però le cave, come della pozzolana. E che, se non sono delle bellissime, e delle rarissime, non sono ancora nè tanto plebee, nè tanto disgraziate; che almeno la fatica d’averle procacciate non meriti una musata, se non un gran mercè. Ma sia con Dio; da ora innanzi spenderemo la nostra diligenza in cose che sieno più proporzionate alla vostra grandezza. Nè però ci assecureremo tanto di questa vostra sprezzatura, che ve le lasciamo un’altra volta razzolar tutte a senno vostro; poichè, quando l’aveste nelle mani, mostraste di stimarne qualch'una. E forse che non cavaste (come si dice) l’occhio della pignatta. Or quanto alla nota de’ rovesci; io non ve l’ho domandata per fare impresa d’interpretarli; ma perchè voglio tutti quelli che posso avere, per potere alle volte col riscontro di molte legger le lettere di tutte; supplendo quelle che sono intere, e bene impresse, a quelle che sono difettose, e logore. Questo è bene un preparamento alla dichiarazion d’essi. Ma io non ho tempo d’attendervi. Ed, avendo voi quest’animo, come dite, non voglio mancare di dirvi il modo che terrei, poichè me ’l domandate. La prima cosa, scriverei tutte le medaglie che mi venissero alle mani, o delle quali io potessi aver notizia, e i diritti, e i rovesci loro diligentemente, con tutte le lettere, così come stanno appunto, segnando quelle che non ci sono, o non appaiono, con intervalli, e con punti, con certi segni che mostrassero se sono o d’oro, o d’argento, o di bronzo, e con certi altri, che facessero conoscere, se sono o grandi, o picciole, o mezzane: e separatamente le Consulari dalle Imperatorie, e le Latine dalle Greche. E per ordine de’ tempi, il meglio che si potesse per la prima bozza. E questo scriverei, (partendo il foglio in due colonne) nella colonna prima; e secondo che le scrivessi, così terrei in un'altro libretto una tavola per alfabeto di tutti i nomi che vi trovassi, ed anco delle cose. Di poi studiando, secondo i nominati ne’ libri, riscontrerei i nominati nelle medaglie, e trovando i medesimi nomi, paragonerei i rovesci con le azioni; e le lettere, e le note delle cose con le descrizioni. E così si verrebbono a far di belli interpretamenti, tanto nelle medaglie, quanto ne’ libri. E queste io noterei brevissimamente a rincontro nella seconda colonna, con la citazione degli autori donde si fosse cavata, e non altro. Ed ognuno che studiasse, vorrei che facesse il medesimo, lassando agli altri il vano per quello non trovassi io. E questo è quanto occorre di dirvi intorno alla domanda che m'avete fatta. Resta, che se ’l trovate buono, lo mettiate in opera; che farà bello studio, e dilettevole. E per esempio, ne manderò una raccolta quando sarà in essere, con quelle poche annotazioni che si saranno fatte infino allora o da me, o da chi si sia. Quanto ai versi che m’avete mandati, come volete ch’io dica che non mi piacciono? Con la pena che mi proponete, in caso ch'io gli lodi, me gli fate lodar per forza. perciocchè vi siete avveduto ch’io farei peggio che dirne bene, acciocchè voi me ne mandaste spesso. Vi dirò dunque che sono bellissimi. Ma, se non me ne date il castigo che dite, di farmene vedere ogni settimana; non loderò più nè loro, nè voi. Vedete, a che stretta vi siete messo da voi medesimo, per astuto che siate: che vi bisogna, o mostrarvi infingardo, e non farne; o scoprirvi ambizioso, e confessare che le mie lode vi piacciono. Staremo a vedere come vi governerete. Dell’onorata compagnia che mi nominate, Al Sig. Cesano io sono già servitore di molt’anni, Il Pigna mi tengo già per acquistato. A questi due basta che mi raccomandiate, e mi tegnate in grazia. Col Signor Maggio io non ho per ancora entratura. E, per esser uomo tanto singolare, desidero d’esserli servitore. Se vi basta l’animo di far che m'accetti; offeritemeli, e voi state sano; e studiate. Di Roma, alli xxv. d’Ottobre. M. D. LI." (Paris, Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscripts Italiens, Ital. 1707, fol. 255r – 256; Caro 1725b, lettre n° 7, p. 11-14; Bernetti 1907, p. 112-113; Castellani 1907, p. 313-314; Greco 1959, lettre n° 374, p. 109-111; Daly Davis 2012, p. 36-37).  
Lettre du 14 août 1555 (de Rome à Ferrara): "Se non rispondo così presto alle vostre lettere, come vorreste, la cagione è ch'io ho troppo da fare; e ch'io piglio sicurtà più volentieri di quelli che mi sono più intrinsechi. Tiro (come voi dite) la carretta tanto, che Dio voglia che non mi scortichi. La medesima cagione m’ha fatto negligente a procacciarvi le medaglie. M. Stefano del Bufalo m’ha promesso alcuna di quelle che domandate; ma non ho fino a ora avuto tempo d’andare a trovarlo a casa. Lo farò a ogni modo. Ma io non vorrei che voi pensaste che quì se ne faccia la ricolta, come de’ lupini. Dico così, perchè ognuno se le tiene strette il più che può: pure vi ajuteremo tutti a farne un conserto. Io ho paura che quell'amico me l'abbia calata d'un Vitellio, e di certe altre che non ritrovo. Da che egli le razzolò, non l’ha vedute niun'altro. Io ho piacer che l'abbia fatto; ma, per non entrare in altri sospetti, vorrei che gli faceste confessare il cacio da galantuomo; perchè glielo perdono volentieri, come vizio virtuoso. Tanto più che ha mostro di non essere un goffo, a non attaccarsi alle più cattive. Non vi potrei dire, quanto contento ho preso risentire che ’l Pigna vi ha tolto in protezione: perchè, se ben non lo conosco di vista, è persona che si è fatto conoscere da ognuno: e dagli suoi scritti ritraggo che sia dotto, e studioso molto" (Caro 1725b, lettre n° 49, p. 80-81; Castellani 1907, p. 319).  +
Lettre du 1 juin 1558 (de Parme, à Rome): "Ho ricevute le dieci medaglie, e mi sono state carissime per loro stesse, e per conoscere la prontezza con che me l'avete mandate. Ve ne ringrazio quanto io posso. L'Augusto con l'arco m'è piaciuto sommamente. Quello de’ mirti m’è caro per conto del rovescio, ancorachè sia di bassa lega. Se vi abbatterete in un'altro migliore, donerò via questo. L’Otacilla, e la Severina, sono anch’esse recipienti per ora, l’altre l’ho tutte; ma non per questo mi sono discare, per la varietà de’ rovesci. Vorrei che m'aveste scritto quel che v’ho da mandare per conto d'esse: e per l’avvenire l'avete a far sempre: perchè io non intendo che le cortesie che mi fate, vi sieno dannose. Anzi, oltre alla ricompensa della valuta, vi voglio esser davantaggio debitore d'ogni servigio, e tener memoria dell’amorevolezza vostra. Vi ricordo che diceste mandarmi un Caligula, ed un Floriano. Di grazia, se potete, mandatemeli subito; perchè possa compir l'ordine di certe tavole ch'io fo. Se quelle del Signor Bozzale non si possono avere, aspetteremo che ci capitino alle mani per altra via; giacchè se ne truovano ogni dì. Quella de' GRAC. penso che sia de' Sempronj: ed io l’ho con una Quadriga: ma l’altre lettere non dicono come le vostre: però, quando sia netta, me la potrete mandare. E, volendomi dar notizia d’altre medaglie, scrivetemi sempre tutte le lettere, appunto come stanno, majuscole. e descrivete il rovescio, e l’effigie. Io vi priego a baciare le mani alla Signora Lucia Bertana da mia parte. e state sano. Di Parma, addì primo di Giugno. M. D. LVIII." (Caro 1725b, lettre n° 98, p. 152-153; Castellani 1907, p. 318).  +
Lettre du 1 octobre 1558 (de Parme): "Voi sapete con quanta impazienza sopporto ogni indugio che mi sia fatto intorno alle medaglie: e però, se non vi ho scritto infino a ora che mi mandiate quelle che voi mi dite d'aver già pronte, senza che me ne scusi, potete pensare che sia proceduto da ogn’altra cosa, che da far poca stima o di loro, o di voi. le cagioni saprete poi; che non voglio ancora con questo, indugiare a dir che me le mandiate. E vi prego a farlo quanto prima, indrizzandole pur, come solete, in mano del vostro giovine. Il Caligula, in qualunque modo si sia, m’è necessario per finire una tavola. Alla giornata me ne procacciarete uno più netto, perchè il mio conserto s’ha da riformare più d’una volta per le vostre mani. Gli altri che mi nominate, credo d’aver tutti: desidero nondimeno di vederli, e spezialmente il Massimino; che, migliorando, gli piglierò sempre; e non mi curo d’averne anco più d'uno, per poterne accomodar gli amici. De’ versi, m'avete fatto maravigliare; perchè d’antiquario mi siete in un subito riuscito poeta. Dell’onore che mi fate con essi, vi ringrazio; e vi lodo anco dell'ingegno che ne mostrate; ma non già del giudicio che fate di me, e della sterilità del soggetto che pigliate: pure farò pensiero che ancora questi sieno medaglie, se non di materia Corintia, almeno di mano di buon maestro. ma da qui innanzi, per onore delle vostre fatiche, improntatele in miglior metallo: o piuttosto, in lor vece, mandatemele delle antiche, o con l’ antiche l’accompagnate sempre: perchè così mi saranno doppiamente care. Ma in tutti i modi tutte le cose che mi verranno da voi, mi saranno carissime. E di queste di nuovo vi ringrazio. Di Parma, il primo d'Ottobre. M. D. LVIII" (Caro 1725b, lettre n° 106, p. 166-167; Bernetti 1907, p. 113-114; Castellani 1907, p. 318).  +
Lettre du 18 février 1736 (de Pesaro): “Al disegno di questa Patera vi sono aggiunte sei medaglie etrusche, quattro sue, e due mie ; ed in oltre una del Sig. [...] di Gubbio, di cui ebbi questa scorsa [...] il disegno. Ho scritto di nuovo al Sig. Ab. [Servafori] per avere il disegno delle sue che se gli sarà permesso dalla sua, per quello mi si dice, mal ridotta salute, mi manderà, ed averò io l’onor di trasmettergli. Vorrei aver avuto, la med. Sorte colla Minerva del Museo [Ardizi] mà il Padrone doppo avermi tenuto da settembre in qua nella parola, vedendomi poi importuno per finirla una volta, si è fatto negare in casa, ed hà usato altri simili modi, de quali [...] io, non sono più in istato di ricercarne. Oggi appunto per l’ultima volta sono andato à casa sua col Pittore, e non si è trovato chi avesse le chiavi” (Firenze, Biblioteca Marucelliana, BVII21, cc. 119r-120v – online).  +
Lettre du 18 mars 1736 (de Pesaro): “Ricevei la gentilissima sua l’ordinario doppo, e ne averà avuto a quest’ora riscontro unito al disegno della statua di Minerva del Museo [Ardizi]. In questa le accludo il disegno della medaglia etrusca del Ab. [Gervasoni]. In mezzo al suo gravissimo male hà pensato à mantenermi la parola. Non hà fatto disegnare il diritto, non essendovi cosa di particolare, ma solamente una testa di Giove barbato, con quelle medesime due stellette da un lato, che si vedono nel rovescio. Mi hà bensì ordinato, che la [...], quando ella non voglia nel Museo Etrusco pubblicare tal medaglia [c. 125v] a rimandarmi il disegno, che egli rivorrebbe. Gli hò scritto pregandola ancora, se può dare una occhiata alle sue cose, di qualche altro disegno di monumento etrusco” (Firenze, Biblioteca Marucelliana, BVII21, cc. 125r-126r – online).  +
Lettre du 2 juin 1736 (de Pesaro): “Sarà molto bella la disertazione del S. Cav. Guazzesi sopra gli Anfiteatri Toscani. Quando si voglia fare entrar Gubbio nella Toscana è da avvertirsi, che Teatro e la Fabbrica, che resta sia in piedi in parti, e non anfiteatro. [c. 138v] Deve venire quanto prima a Pesaro il fratello del Sig. Ab. [Gervasoni] e vedrò se vi sarà maniera di avere la copia delle sue [...] Quella medaglia del suo museo, di cui le trasmisi ultimamente il disegno, non è già inedita come io supposi. Pubblicolla il Sig. Marchese Maffei nella Verona Illustrata par. 3 accidentalmente mene sono ingegnato io di spiegarla in una dissertazione che hò scritta adesso per ordine de Sigg. dell’Accademia di Cortona” (Firenze, Biblioteca Marucelliana, BVII21, cc. 137r-138v – online).  +
Lettre du 25 août 1736 (de Pesaro): “Queste girandole mi han tenuto fuori fino a sabato scorso, in cui men tornai a casa, con portare una buona raccolta di medaglie consolari radunate per la Romagna, tra le quali il principal luogo tengono il cistoforo di Ap. Pulcro battuto in Cilicia nel tempo del suo governo, la medaglia d’oro della gente histria, ed un’altra similmente d’oro segnata col solo nome di Roma" ; "E perché ella veda che io del suo affetto ne faccio tutto il capitale eccomi a darle un incomodo. Tra i molti acquisti di medaglie consolari fatti da me ultimamente, mi sono venute una quantità di duplicate delle quali vorrei disfarmi, come di cosa inutile, per potere col ritratto supplire ad alcune spesarelle fatte ultimamente. Le accludo per tanto una nota fatta secondo l’ordine dell’Orsino, nel quale potrannosi riconoscere quali medaglie siano. Io non le ho pesate ma non credo di sbagliare asserendo che saranno ventisette oncie d’argento in circa, poco più o poco meno. Questo argento così fino, quale è quello delle medaglie consolari, si vende per puro argento nove pavoli e tre quarti, e fino a dieci pavoli l’oncia. Onde io delle medaglie non ne vorrei meno di 16 ruspi. La prego dunque far diligenza se trovasse compratore in Firenze, dal quale per farmi il favore compito, può ella procurare di cavarne di più, essendo il prezzo di 16 ruspi quel meno al quale io possa darle” (Firenze, Biblioteca Marucelliana, BVII24, cc. 25r-26v – online).  +
Lettre du 9 décembre 1736 (de Pesaro): “Il Sig. Apostolo Zeno, al quale scrissi il suo progetto, mi risponde di avere per quei medesimi sigilli trattato in Roma intavolato dal Padre Baldini, ma che quando non avesse avuto quello effetto, avrebbe in contraccambio preso il Museo Fiorentino e quelle sue medaglie d’argento ; e però sarebbe bene che ella di queste ne facesse una nota delle teste e de’ rovesci più rari, e me la mandasse, che io poi la trasmetterei al medesimo Sig. Apostolo.” (Firenze, Biblioteca Marucelliana, BVII24, c. 30r – online).  +
Lettre du 29 avril 1737 (de Pesaro): “Le mandai già tempo fa i disegni di alcune medaglie semietrusche che erano presso il Sig. Avv. Passeri e il Sig. Ardizi. Or bene io adesso non solamente tengo tutte quelle, ma col beneficio di questa cava ho formata una serie di medaglie di secoli antichi di Roma e di Italia, che credo sia qualche cosa di particolare e spero che nel ragionare delle medaglie nella mia cava scoperte, potrò portare qualche osservazione, forse da niuno ancor fatta” (Firenze, Biblioteca Marucelliana, BVII24, cc. 37r-38r – online).  +
Lettre du 18 novembre 1737 (de Pesaro): “Scriverò al Sig. Apostolo Zeno, quanto ella mi impone in riguardo a’ suoi sigilli, e gli scriverò ancora che ella ha 160 medaglie imperiali d’argento, essendo più facile che a cagione di queste egli s’induca al puro baratto. Si assicuri in somma che io non mancherò domani sera di servirla ; ma sarà difficile che egli voglia mandarli [c. 45 v.] per esser semplicemente veduti” (Firenze, Biblioteca Marucelliana, BVII24, cc. 45r-46r – online).  +